Café Society – Woody Allen (2016)

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Anni Trenta: Bobby Dorfman è un giovane ebreo originario di New York che decide di partire alla volta di Los Angeles per fare carriera nel mondo del cinema. Grazie a suo zio, un pezzo grosso dell’industria cinematografica, Bobby inizia ad ambientarsi nella nuova metropoli e conosce Vonnie. L’incontro con la ragazza scombussolerà completamente i suoi progetti e si ritroverà a fare i conti con il destino.
Woody Allen torna, come di consueto, dopo un anno dal suo ultimo film, e lo fa in grande stile. Già dalle prime sequenze, accompagnate dalla voce narrante di Allen stesso, si nota una messa in scena fortemente estetizzante: la cura dei dettagli, dagli abiti alle ambientazioni, ci fanno immergere subito nell’eleganza della Café Society. Complice anche la fotografia di Vittorio Storaro, che dipinge una Los Angeles dorata, perennemente baciata dal sole, dove tutto e tutti risplendono d’irresistibile frivolezza. New York, al contrario, la vediamo rappresentata in toni più freddi, quasi lividi, che fanno da sfondo all’umile famiglia di Bobby, che vive nel Bronx.
Jesse Eisenberg si rivela perfetto per il ruolo di Bobby, un ragazzo estremamente ingenuo e insicuro che l’attore caratterizza assumendo una postura incassata, ingobbita. Gli abiti che indossa, eccessivamente larghi, gli conferiscono un’aria quasi ridicola, coronata dal continuo tic nervoso che compie con la testa: una sorta di cenno di diniego, quasi a sottolineare la propria incredulità di fronte alle situazioni subite.
Café Society si regge su equilibri che vengono ripetutamente sovvertiti: i progetti dei personaggi sono come carte da gioco, perennemente rimescolate dal fato. Contrattempi, tempismi sbagliati, coincidenze: contro il volere del fato l’uomo non può nulla. Proprio come viene affermato durante il film, «Life has its own agenda»: non importa quanti piani facciamo, la vita ha già i suoi.
Il tema della casualità e del destino, ricorrente nelle opere di Allen, torna nuovamente in questo dramma travestito da commedia, dal retrogusto amaro e malinconico. Ed è con frasi come «I guess some feelings never die. Is it a good or a bad thing?» che Allen va dritto al punto, interrogando sé stesso e noi tutti sui sentimenti, sulle scelte, sull’integrità morale delle nostre azioni. Alla romantica irrequietezza sentimentale che pervade i personaggi principali fa da sfondo l’affascinante skyline newyorkese, ancora una volta teatro di storie d’amore che non finiscono mai davvero.
Tanti sono gli spunti di riflessione che emergono senza mai appesantire la resa finale. La sceneggiatura, come sempre opera del regista, è ben bilanciata: tra i dialoghi serrati e le tipiche battute pungenti, si colgono i tanti strati di significato che Allen come sempre semina in ogni sequenza, anche in quelle apparentemente meno rilevanti.
Café Society si può definire il suo grande ritorno perché al suo interno ci sono quasi tutti gli elementi costitutivi della sua poetica, senza per questo risultare tedioso: la ridicolizzazione della religione, l’analisi delle conseguenze morali delle proprie scelte, la convinzione che sia il fato a governare il mondo, l’attaccamento a New York e – soprattutto – l’impossibilità di sottrarsi all’amore. Ciò che, ancora una volta, rende speciale Allen è proprio il saper divertire unito alla capacità di stimolare alla riflessione su temi profondi e complessi, che riguardano inevitabilmente ognuno di noi.
Barbara Monti

Questa recensione è presente anche su www.cinefiliaritrovata.it

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