Il caso Spotlight – Thomas McCarthy (2015)

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Presentato fuori concorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e candidato a sei premi Oscar, Il caso Spotlight di Tom McCarthy, attualmente in programmazione al Lumière in lingua originale sottotitolata, è sicuramente uno dei film più attesi della stagione. A seguire, le impressioni di due collaboratori di Cinefilia Ritrovata.
Tra il 2001 e il 2002 il team Spotlight, un gruppo di giornalisti investigativi di The Boston Globe, conduce un’inchiesta che porterà alla luce uno dei più grandi scandali che abbia mai colpito la Chiesa cattolica: oltre 70 preti colpevoli di molestie sessuali ai danni di minori, più di 1000 le vittime totali in tutti gli Stati Uniti.
Guardando Il caso Spotlight è impossibile non richiamare alla mente l’immagine di Robert Redford e Dustin Hoffman in Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula che, seduti in ufficio tra scartoffie e telefoni che trillano a tutte le ore, mettono insieme i tasselli che porteranno alle dimissioni di Richard Nixon. Tom McCarthy ricalca infatti le orme del film sul giornalismo d’inchiesta vecchio stile, costruendo un’opera la cui vera forza risiede nei fatti narrati. Non c’è spazio per sensazionalismi, colpi di scena o sequenze melodrammatiche: lo stile asciutto e semplice porta lo spettatore a focalizzarsi su ciò che vede in maniera razionale, senza reazioni indotte. I fatti vengono raccontati in maniera rigorosa, distaccata e priva di preconcetti, portando sul grande schermo un modo di fare cinema che punta ad un’essenzialità priva di fronzoli.
Considerata la complessità di un argomento come quello della pedofilia in ambito ecclesiastico sarebbe stato possibile cadere in facili generalizzazioni, togliendo così alla storia parte della sua forza. Il pregio più grande de Il caso Spotlight sta invece nel prendere le distanze da categoriche e semplicistiche suddivisioni tra buoni e cattivi, eroi e antieroi. Nella chiesa di Boston non sono tutti colpevoli e i giornalisti di The Boston Globe non sono tutti innocenti.
La regia, seppur lineare e priva di guizzi, è ravvivata da un’ottima sceneggiatura che permette di ripercorrere le tappe dell’indagine in maniera chiara, quasi didascalica, ma facendo comunque emergere la grande passione ed il coraggio morale che ne hanno animato i protagonisti. McCarthy ci fa immergere completamente nel giornalismo d’inchiesta, fatto di frustrazione, notti insonni davanti al computer, telefoni sbattuti in faccia, prevaricazioni e tanta omertà. Nel cast, decisamente poliedrico, troviamo un Michael Keaton tormentato e inquieto; un Mark Ruffalo intenso e irruente nella sua voglia di cambiare le cose; un Liev Schreiber riservato ai limiti della scontrosità ma determinato fino alla fine; una Rachel McAdams agguerrita più che mai; e un Billy Crudup fascinosamente ambiguo.
Il valore morale dei fatti raccontati rende Il caso Spotlight un film necessario, la cui visione, doverosa, rappresenta un’importante presa di coscienza e un momento di riflessione sulla responsabilità collettiva e individuale.

Barbara Monti

 

Questa recensione è presente anche su Cinefilia Ritrovata a questo link.

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