Mistress America – Noah Baumbach (2015)

Film Review-Mistress America

Tracy è arrivata da poco a New York e cerca di destreggiarsi in una nuova vita da matricola al college. Sogna di entrare a far parte di un prestigioso club letterario, ma pare che i suoi racconti non riscuotano un interesse sufficiente a garantirle l’accesso. Sola e spaesata, si mette in contatto con Brooke, la figlia dell’uomo che sua madre è in procinto di sposare. Già dal primo incontro Tracy rimane folgorata dalla personalità e dallo stile di vita elettrizzante della sua futura sorellastra, tanto da prenderne ispirazione per il suo nuovo racconto.
Baumbach torna a collaborare con Greta Gerwig, co-autrice della sceneggiatura oltre che co-protagonista del film, a distanza di tre anni da Frances Ha, dal quale riprende diversi elementi. Siamo ancora a New York, questa volta a colori: una città pulsante di luci, persone e opportunità, dove tutto si muove e si trasforma alla massima velocità. Una colonna sonora spensieratamente pop accompagna i movimenti della Gerwig, ancora una volta alle prese con un personaggio, quello di Brooke Cardinas, che proprio come Frances sta elaborando il passaggio all’età adulta, senza avere chiaro come farlo. “Era fatta di passioni e insuccessi”, così viene descritta dalla voce fuori campo di Tracy. Arredatrice freelance, cantante, insegnante di sostegno, aspirante imprenditrice: Brooke fa un po’ di tutto, ma allo stesso tempo è incapace di portare a compimento qualsiasi cosa. Esuberante e vulcanica, affronta la vita con un entusiasmo venato di eccentricità e inarrestabile loquacità. Ma la sicurezza di Brooke è solo apparente e, nonostante non abbia la goffaggine che caratterizzava Frances Ha, il suo incedere nella vita è altrettanto incerto.
Tracy, interpretata da Lola Kirke, è al contrario una ragazza timida e pacata, che trova in Brooke l’appiglio per non annegare in una vita che ancora non le appartiene e una musa alla quale ispirarsi per un racconto che potrebbe finalmente portarla alla felicità. Neanche ventenne, approccia il mondo con indecisione, frenata dalla paura di non riuscire ad adeguarsi alle convenzioni sociali.
Al cinismo, alle delusioni e ai contrattempi che la vita ci pone davanti, Baumbach accompagna sempre un romanticismo pieno di speranza: “Faccio tutto col cuore. È questo che ci vuole, no? Il cuore.” Queste le parole che a un certo punto pronuncia Brooke, parlando di uno dei suoi tanti progetti. Sì, perché alla fine quello che il regista ci dice è che non importa quante volte cadiamo, ciò che conta è rialzarsi e continuare a provare, mettendoci il sentimento.L’entusiasmo di Brooke, proprio come quello di Frances Ha, è una boccata di ossigeno e di leggerezza in una società dove si è costantemente costretti a fare i conti con i traguardi che spesso non si raggiungono abbastanza bene o abbastanza in fretta.
Baumbach racconta ancora una volta una storia che parla della ricerca del proprio posto nel mondo, della consapevolezza che non tutti i sogni sono realizzabili e che forse alcuni sogni in realtà non sono poi così importanti. Il confronto generazionale tra le due quasi-sorelle porta proprio a questo: prendere coscienza di sé stesse attraverso uno scambio reciproco, imparando a lasciarsi alle spalle inutili fardelli. Il registro narrativo di Baumbach non abbandona mai i toni della commedia, raggiungendo il suo apice nella sequenza finale ambientata in una lussuosa villa del Connecticut, quasi secondo lo stile di una pièce teatrale. In un panorama di personaggi che vede le donne ricoprire un ruolo decisamente preponderante rispetto alle marginali figure maschili, viene richiamato a tratti uno stile a metà tra l’alleniano e l’andersoniano, per situazioni assurde e dialoghi improbabili, dall’umorismo involontario.
Baumbach si conferma nuovamente in grado di raccontare uno status esistenziale contemporaneo, quello del trentenne alla ricerca del proprio baricentro, in maniera spontanea e priva di retorica. E ci riesce mostrando come le debolezze dell’animo umano – il senso di incompletezza, la paura dell’incerto, il bisogno di accettazione – possano essere anche fonte di rinascita, il punto di inizio per una nuova salita.

Barbara Monti

Questa recensione è presente anche su Cinefilia Ritrovata a questo link.

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