The Grand Budapest Hotel – Wes Anderson (2014)

The Grand Budapest Hotel sorge nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka, stato alpino dell’Europa orientale. Sono i primi anni ’30 e Gustave, il premuroso concierge dell’hotel, oltre a dirigere la struttura, dedica “attenzioni particolari” alle anziane clienti che vi soggiornano. Quando una di esse morirà in circostanze sospette e lascerà in eredità a Gustave un quadro d’inestimabile valore, la situazione precipiterà in un vortice di omicidi, fughe ed intrighi. Gustave ed il suo fedele collaboratore Zero, dovranno fronteggiare non solo l’agguerrita famiglia della defunta, ma anche le inarrestabili forze naziste.
Dopo Moonrise Kingdome, Wes Anderson torna con un altro film corale, vincitore del Gran Premio della Giuria alla Berlinale, la cui forza espressiva risiede non tanto nella storia in sé, ma nel modo in cui essa viene narrata. Lo stile di Anderson irrompe ancora una volta in tutta la sua innegabile originalità, facendo immergere lo spettatore in un mondo fiabesco dove tutto sembra possibile. Anderson, da vero esteta qual è, costruisce una scenografia suggestiva curata nei minimi dettagli, dove la geometria degli ambienti e delle inquadrature e la fotografia dai toni aranciati (firmata Rober Yeoman) conferiscono al film un tocco quasi Kubrickiano (basti pensare all’Overlook hotel di Shining).
Il ritmo del film è reso incalzante dalle movenze dei suoi molteplici bizzarri personaggi, orchestrati alla perfezione. Ricalcando gli stilemi del cartoon e del fumetto, rimandano alla mente l’accelerazione grottesca delle comiche di Chaplin.
I costumi di scena – in armonia perfetta con l’immaginario andersoniano – sono stati realizzati da Milena Canonero, tre volte premiata agli Oscar, anche questa volta impeccabile.
Il cast è decisamente stellare, solo per citarne alcuni: dai più fedeli collaboratori di Anderson Bill Murray, Owen Wilson e Jason Schwartzman, a quelli più recenti Edward Norton, Tilda Swinton e Harvey Keitel, alle “new entriesRalph Fiennes e F. Murray Abraham. Una menzione speciale la merita decisamente Fiennes, vero protagonista del film, che nonostante si cimenti in un ruolo assolutamente “anomalo” per lui, si dimostra totalmente a suo agio e credibile nei panni del concierge Gustave. Bravo anche il suo giovane aiutante Tony Revolori, qui alla sua prima apparizione sul grande schermo.
Nonostante il titolo, il Grand Budapest Hotel non è in realtà il teatro principale dell’azione della storia, ma svolge più che altro un ruolo simbolico: attraverso di esso vediamo i cambiamenti che gli eventi della storia hanno prodotto sull’Europa. Da hotel sfarzoso prima della guerra, a “caserma di lusso” per le forze armate del regime negli anni ’40, a hotel decadente e quasi disabitato nel 1968. Anderson, raccontando il contesto storico che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti, riesce attraverso uno stile divertente ed ironico a ridicolizzare la violenza priva di senso del nazismo. Ed è proprio questa perfetta fusione tra immaginario e reale, sempre intrisa di una nota poetica, che fa di Anderson uno dei registi più interessanti della sua generazione.
Il film, ispirato alle opere di Stefan Zweig, scrittore austriaco pacifista cui i nazisti bruciarono tutti i suoi scritti, è a lui dedicato.

 Barbara Monti

About the Author: Barbara Monti

1 commento

  1. Rispondi Emanuela

    La recensione inquadra perfettamente la poetica filmica del regista e l’abilità interpretativa dei personaggi.
    Film dall’inconfondibile struttura e modalità narrativa andersoniana, surrealmente poetiche e grottesche. Molto piacevole.

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